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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


3 agosto 2012

Il piroscafo

 

Per i commentatori più superficiali, le primarie con cui si scelsero i candidati sindaci del centrosinistra furono una sconfitta del PD. E poco contò che il PD li sostenne lealmente, divenendo decisivo nella loro vittoria (a partire da Milano e Napoli). Si disse che Bersani aveva perso, che il centrosinistra era diviso, che il Pd era una sorta di simulacro dietro al quale c’erano solo i litigi. Una sorta di scenario standard dietro cui si rifugiano tutti coloro che non capiscono bene i fatti o intendono semplicemente nasconderli. Se un idraulico mi facesse un lavoro a casa con la stessa perizia e gli stessi risultati di questi commentatori, mi salterebbero i tubi dopo due giorni.

Oggi De Marchis, su Repubblica, finalmente coglie il punto. Buongiorno direi. E scopre che l’atteggiamento di Bersani dinanzi ad alcune primarie che non vedevano trionfare candidati del PD fu molto lungimirante. Il leader PD riconobbe il loro esito e si impegnò a sostenere il candidato vincente senza incertezze e tentennamenti. Non era tatticismo, né sconfittismo. Ma una scelta chiara e lungimirante, un investimento strategico sulle forze ‘civiche’, sui movimenti d’opinione che contribuirono alla vittoria del centrosinistra allora e che potrebbero dare un loro forte contributo nel 2013. Mentre gli opinionisti più superficiali additavano la presunta sconfitta di Bersani (maddeché!), in realtà si stavano tessendo i primi fili del famoso centrosinistra di governo di cui oggi si parla.

Il rispetto delle primarie da parte del PD è sempre stato assoluto, anche quando il risultato sembrava danneggiare la sua leadership. Un atteggiamento leale, ben più di altri Soloni (vedi Orlando a Palermo). Oggi c’è la riprova che il blocco politico e sociale su cui costruire la proposta di governo non nasce dal nulla, da qualche chiacchiera in libertà, da uno spot elettorale, dai sondaggi, da certi editoriali, dalla comunicazione-politica, dalle grida dipietriste dinanzi al microfono, dalla prescia di Salvati, dalle dotte analisi degli opinionisti del Corsera, dagli editoriali di Stefano Menichini, dal montismo nuovo e d’antan, dai partiti personali, ecc. ma da un’intelligenza strategica e lungimirante che solo la grande politica può dare. La piccola politica al massimo galleggia in uno stagno credendosi piroscafo.

Nella foto, Capitano mio Capitano


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permalink | inviato da L_Antonio il 3/8/2012 alle 12:45 | Versione per la stampa


23 luglio 2012

Speranza

 

Senza il PD non si può governare il Paese. È un convincimento molto diffuso tra i possibili partner del ‘centrosinistra di governo’, come lo chiama Bersani. Ed è la certificazione del ruolo di centralità assunto dai democratici nell’attuale fase politica e in prospettiva futura. D’altronde, è sempre questo il primo passo per la creazione di un blocco politico e sociale davvero alternativo, l’effettiva realizzazione di una ‘vocazione maggioritaria’ che non si esprima come mero fattore di comunicazione e come irritante formula di marketing, ma come concretissimo e solido elemento politico.

Oggi il Governo Bersani non appare più come un’eventualità remota o tra le altre. Oggi appare a molti come una speranza. Per andare oltre i limiti manifestati da una conduzione solo ‘tecnica’ della crisi, oltre il pur indispensabile passaggio da grosse koalition, oltre la comune assunzione di responsabilità delle ricette anticrisi, anche in vista della proiezione di un’immagine non rissosa del Paese in Europa (a differenza dei casi greci e spagnoli). Una speranza, dicevo. Quella che la politica riproponga finalmente i propri caratteri forti, riemerga dal ruolo passivo e di comprimaria di questi anni, e che l’antipolitica getti la maschera per mostrare quel che è, ossia una pessima e carnevalesca scimmiottatura della destra più genuina, senza nemmeno il coraggio di definirsi di destra.

So bene che oggi è in gioco il compito e il ruolo di una sinistra moderna e di governo. Ma è pur vero che questa distinzione destra-sinistra interseca quella tra politica e antipolitica, e che anzi la seconda va letta a partire dalla prima. Il PD è bravo a coniugare il suo essere di centrosinistra con il suo riaffermare la politica come leva effettiva (unica leva) di cambiamento. Anzi, proprio la rivendicazione orgogliosa della propria politicità è la stessa cosa che proporre il senso e il compito della sinistra oggi. Così che l’antipolitica appare di destra, e soltanto di destra. E il nostro futuro (come Paese, come società, come organizzazione collettiva di donne e uomini) deve tornare ad affidarsi alla nostra capacità di vivere assieme, di costruire relazioni sociali, di affidare alla nostra appartenenza collettiva e alla nostra socialità il compito di riscattarci e di costruire un futuro migliore per tutti, non solo per qualche oligarchia. Tutte cose che Berlusconi e Grillo non solo ignorano, ma evitano accuratamente di frequentare. Anzi, vi si scagliano contro.


1 febbraio 2012

Il cocuzzaro

 

Rieccolo. Riesumato da Claudio Cerasa del Foglio, Matteo Renzi torna a distribuire le sue pillole di saggezza (disciamo così). Scomparso quando il gioco si è fatto duro (rischio di default italiano e nascita del governo Monti), ci voleva il giornale di Ferrara a ridare voce al Sindaco di Firenze. Ovviamente, ripete come un disco rotto le sue tesi. Che provo a riassumere così. Monti? È in continuità con la Leopolda (capite?). Napolitano? È un rottamatore, perché ha chiamato Monti più che altro per certificare la fine dei vecchi partiti. Bersani? Oggi, buon per lui, appare più ‘serio, coraggioso e responsabile” di prima (ma guarda un po’, grassie!), ma deve convocare le primarie e farsi da parte. D’Alema? Se insiste sul proporzionale alla tedesca per far rinascere un ‘grande centro’ (a cui dovrebbe contrapporsi una specie di PSE nostrano) il PD, in quanto polo di centrosinistra, è destinato a morire all’istante. L’unico modo, dice Renzi, è far fuori i vecchi partiti e far nascere un centrosinistra e un centrodestra allo stato puro. Il ‘nuovo’ insomma, per andare oltre i partiti e oltre l’attuale classe politica.

Ecco. Come il Paese ha dato segni anche minimi di ripresa, e si è riaperto lo spazio dedicato ai giochini della comunicazione-politica pura, Renzi si è subito dichiarato pronto a rientrare in pista con altre Leopolda, eventi in giro per l’Italia, un Big Bang 2, 3, 4, n. È un po’ come se lui fosse una cartina tornasole. Il gioco si fa meno duro? Si riparla di primarie? Le elezioni si avvicinano? Si ripropone il binomio secco Leader-Popolo (e a ramengo il Parlamento e le istituzioni)? Si può chiacchierare in libertà senza i conti di bilancio che ti mordono il sedere mentre corri? Sì? E allora riecco Renzi, con tutto il suo carico di retorica nuovista e rottamatoria.

Ci sono due tipi di classe politica. Quella che non si tira mai indietro dinanzi alla durezza oggettiva della questione, e che rischia di proprio anche quando avrebbe potuto passare all’incasso. E quella che attende, invece, tempi migliori, magari primarie in formato beauty contest, per ritirare fuori la testa. Questa seconda è una sorta di benchmarking, di osservatorio, di indicatore dei tempi. Tempi duri? Spazio a Bersani, Monti, Napolitano. Tempi di comunicazione-politica? Di smargiassate? Di politici all’americana, anzi all’amatriciana? Ecco allora Renzi, Leopolda e tutto il cocuzzaro. Chi altri sennò?

Nella foto, il possibile simbolo del nuovo PD renziano


14 luglio 2011

Si chiama Pierluigi Bersani

 

Per quanto tempo ancora Giorgio Napolitano dovrà supplire il governo nella messa a fuoco dell’immagine internazionale dell’Italia? E per quanto dovrà tessere i fili istituzionali, offrire delle indicazioni politiche, suggerire possibili sbocchi? Questo è il punto. La crisi finanziaria, la tempesta del debito pubblico, i richiami della Merkel almeno un effetto positivo lo hanno avuto, quello di mettere a nudo in via definitiva l’inconsistenza di questo governo, aprendo la possibilità di nuovi scenari a breve, a partire già da lunedì prossimo. Berlusconi non può più trincerarsi dietro un cucù. Il fatto è sotto gli occhi di tutti: non ha mai avuto in pugno gestione della manovra economica, un po’ per sua scelta tattica (ha preferito defilarsi, per dire: io non c’entro), un po’ per manifesta incapacità a porre l’interesse del Paese dinanzi al suo culto del consenso e della propria immagine pubblica.

Un premier che pensa soltanto a se stesso è del tutto inutile al bene pubblico. Una politica animata soltanto da interesse soverchiante verso il ‘consenso’ è monca, difettosa, incompleta, persino triste. Politica è anche sinonimo di scelta, giudizio, decisione. Una scelta è come tagliare in due. Esporsi a delle reazioni. Scatenare, talvolta, più critiche che altro. Ma se il bene pubblico resta il faro dell’azione politica, allora un ministro, un assessore, finanche un rappresentante dell’opposizione sono pronti ad assumersene la responsabilità, e pagare pegno in caso di insuccesso o inefficacia. Berlusconi no. Berlusconi ha in mente solo se stesso, è il campione della politica-consenso, del ‘sì’ a ogni costo. Così come alcuni uomini del centrosinistra vittime della stessa patologia.

La svolta, allora, non è soltanto istituzionale, ma culturale. Per riportare la barra in posizione è necessario mutare la cultura politica e di governo, e ripristinare alcuni meccanismi istituzionali deteriorati dal berlusconismo. Oggi Follini prova a tratteggiare la figura del nuovo Presidente del Consiglio: “Serve un leader che abbia nella sobrietà e nella misura la sua cifra. Non abbiamo bisogno dell’uomo dei sogni. Ma di una persona che ci faccia atterrare meglio possibile su di una realtà che si sta rivelando molto dura e scabrosa”. Follini non fa nomi, per non bruciarli sostiene. Ma noi pensiamo che ci sia qualcuno che corrisponde p-e-r-f-e-t-t-a-m-e-n-t-e a quel ritratto di sobrietà, realismo - e competenza (aggiungiamo). Che gli italiani apprezzerebbero moltissimo se fosse chiamato a Palazzo Chigi. Si chiama Pierluigi Bersani. Punto. Non serve un papa straniero, abbiamo già in casa un pontefice coi fiocchi.

Nella foto, una pila di lenzuola ben piegate da sventolare al più presto


2 novembre 2010

Nani e ballerine. Soprattutto ballerine



Oggi Marcello Sorgi sulla Stampa scrive che “quando solo aleggiò il sospetto che il ministro Donat Cattin fosse stato avvertito che il figlio terrorista stava per essere arrestato, Cossiga [allora Presidente del Consiglio] dovette dimettersi”. “Altri tempi” ammette Sorgi, secondo il quale oggi sarebbe anche “venuta meno la capacità di affrontare problemi e trovare le soluzioni che servano a risolverli”. In breve sarebbe venuta meno la politica. Dello stesso avviso Stefano Folli, sul Sole, per il quale ci troviamo in “un vicolo cieco. La crisi personale del premier non si traduce in crisi politica. Non ancora. Si resta sospesi a mezz’aria”. Ancora un vuoto, ancora uno stallo, ancora inerzia. Mai un colpo d’ala.

È così? Si, è così almeno in parte. A forza di ballerine, narrazioni, leaderismo e media, l’involucro che avrebbe dovuto contenere idee e soluzioni (nonché mediazioni e fertile confronto pubblico sulle cose) si è svuotato del tutto, a partire dal Parlamento. Sorgi e Folli accennano al tentennamento attuale di Bersani e Fini. Ma non considerano i tanti candidati alla leadership del PD, come Renzi, Ciwati e compagnia cantante, ad esempio, che in quell’involucro svuotato ci sguazzano, è il loro humus, e non faranno nulla per ripristinare un senso di pieno. E se putacaso tornasse un clima più competitivo e professionale dal punto di vista politico, essi scomparirebbero nei piani bassi del coccardaggio. Quel che manca oggi, in generale, è l’indicazione di una prospettiva, di una strategia di lungo corso che faccia chiarezza e si libri al di sopra del brusio confuso di questi anni di Seconda Repubblica, capaci di produrre un lungo stallo berlusconiano e basta. Che non equivale a fare quattro chiacchiere sul look, a misurare la popolarità di qualcuno col sondaggio, a sparare idee alla rinfusa purché dotate di appeal o purché adatte ad operazioni di selvaggio marketing politico, quanto a proporre un percorso ai partiti, un futuro alle istituzioni, un progetto ai cittadini, scandendo tappe e indicando un esito concreto, delineato, apprezzabile.

Faccio un esempio. Molto tempo fa a Gallipoli, amena località delle Puglie, due rappresentanti dei defunti Partito Popolare e PDS, ritennero che il centro e la sinistra, da posizioni autonome avrebbero potuto sperimentare e magari costruire (col “trattino”) un’alleanza di governo stabile. Furono travolti da un coro di accuse di “inciucismo” e la strada intrapresa fu subito un’altra, quella del centrosinistra organico (senza trattino) sino all’esito incerto e sospeso di questi ultimi mesi. Oggi persino Cacciari, ed è un bel dire, ammette il fallimento della ipotesi “senza trattino” e la fatalità di costruire un centro attorno (lui dice) a Montezemolo, per una successiva alleanza con una sinistra modernamente socialdemocratica, ossia di governo. Ecco la politica che cos’è: una prospettiva credibile, più l’indicazione degli strumenti concreti, adeguati, efficaci, per costruirla. Il resto sono bizzarre ipotesi, elucubrazioni, singhiozzi mediatici. Adesso capiamo anche bene quale compito improbo tocchi a Bersani e a Fini, e in quale vuoto si muovano pericolosamente, e perché soppesino le loro mosse con la dovuta attenzione. Non è facile accennare all’ABC della politica, senza restare imbarazzati dinanzi agli occhi strabuzzati dell’interlocutore di turno.

Nella foto, un'interlocutrice di Bersani quando questi accenna, solo accenna a timidissimi elementi politici basilari.


1 ottobre 2010

S'è svejato

 

S’è svegliato anche Flores d’Arcais. Good morning. Oggi sul Fatto sostiene che al centrosinistra serve un leader. Siamo ancora, né più né meno, alla ricerca di Papi neri, obami bianchi, alessandriprofumo, il-primo-che-passa. Lui suggerisce: “economisti, giornalisti, preti, magistrati”, soprattutto questi ultimi. Aggiungo: pizzicaroli, giocatori di canasta, dog sitter, pedicultori, pettinatori di bambole, tanghisti, comici. Insomma, la più classica società civile, che Dio l’abbia in gloria.

Flores, adesso ti do una dritta. Il PD ha un Segretario. Si chiama Bersani. Lo Statuto prevede che sia lui a rappresentare il partito alle primarie di coalizione. Così sarà. Non vi piace? Pazienza, stavolta è andata così. Dopo di che, altri possono avanzare una propria candidatura. Se conosci un pizzicarolo, ma bravo eh!, invitalo a partecipare. Così un magistrato. Persino a.nazzari, o Napo Orso Capo. Non c’è il numero chiuso. Troverà anche Vendola e forse altri (Chiamparino?) a rallegrare la ciurma. Poi si farà tutti assieme la fila ai gazebo, per la gioia di Pippo Ciwati. Si voterà, e chi vince diventa il leader del centrosinistra. Da quel momento si potrà finalmente iniziare a dargli calci sugli stinchi, come dice Franceschini. Semplice no?


11 agosto 2010

I peperoni

 

“Il bipolarismo in Italia non è mai nato”. “Ho dato l’anima per costruire il partito democratico. Quindici anni. Ma ho di fronte agli occhi solo vecchi centri e vecchie sinistre. In politica occorre realismo e […] dobbiamo rassegnarci a constatare come l’esperimento proprio non funziona”. “Esiste in Italia una tradizione socialista e socialdemocratica che potrebbe tranquillamente allearsi con espressioni di cultura cattolica e liberale, mentre è assurdo illudersi di trovare una sintesi tra storie tanto diverse”. “Ciascuno vada per la sua strada e peschi voti dove può e dove sa”. “Il problema è che la politica non è fatta di buone idee, ma è fatta di buone pratiche. D’Alema docet. Aveva i suoi dubbi e ha assistito all’avverarsi dei suoi dubbi per dire poi che aveva ragione”. “Liberiamoci dall’ossessione di Berlusconi. Per vincere, impegniamoci su occupazione, giovani, scuola. Affrontiamo un serio discorso sul federalismo […]. Costruiamo insomma l’unità programmatica e lasciamo a ciascuno la sua tradizione”. E poi “diamoci una bella organizzazione di partito che rispetti la voglia di autonomia che la realtà sociale e culturale esprime”. Tutto “comunque dipende dalla sinistra o dal centrosinistra: dalla voglia di far politica” (*).

Che ne dite? All’inizio stentavo a capire quale Massimo fosse. L’idea che era meglio tirare un “trattino” invece che allestire un partito omnibus e un centrosinistra organico è storia antica. Fu l’ipotesi inizialmente scartata, quella considerata troppo “politicista”, inciucista (o dalemiana, che è sinonimo). Meglio il “nuovo”, poffarbacco, meglio la soluzione di continuità, lo stacco totale, la totale renovatio: tutti sullo stesso barcone, timonato magari da Matteo Renzi o Cristiana Alicata o Ciwati. E invece, oggi, il PD inteso come partito mediatico e come “assemblaggio” post-politico di identità, storie, tradizioni diverse, sembra davvero un amalgama mal riuscito e con scarso futuro. Forse bisognava esser più bravi, o più convinti. O forse non bisognava essere in Italia, dove il peso (la ricchezza, anzi) delle differenze è sempre stata fortissima, quasi insuperabile. Oppure bastava essere soltanto più accorti e realisti dal punto di vista pratico o pragmatico (come dice Cacciari). O, meglio, bisognava far nascere il PD in un altro modo: con meno loft, bandiere, Kansas City, leader, brand, advertising, nuova frontiera, figurine panini, krapfen, frizzi, lazzi e cotillon. E un po’ più di politica, invece. Io credo perfino che aver scelto il “novismo” come ideologia sia stato talmente deleterio da ostacolare ogni concreta ed effettiva innovazione politica.

Siccome il mondo è bello perché vario, ancora questa settimana Daria Bignardi su Vanity Fair insiste come un disco rotto: “I Nichi Vendola, i Matteo Renzi, i pochi rimasti del centrosinistra con qualche concreta possibilità di riacciuffare un partito disorientato e in crisi di comunicazione facciano bene e credano in sé, in barba a tutto”. Rieccolo il caro vecchio “novismo”, che davvero non muore mai e da sempre si ripropone, testardo e instancabile, come i peperoni. Ovviamente, noi lo stamo a’ affrontà.

(*) Massimo Cacciari, Addio coalizioni, meglio i partiti che poi si alleano. È il passato? Pazienza, l’Unità, 8 agosto 2010

Nella foto, due peperoni della Roma


9 luglio 2010

Leopardiani

 

Dio salvi Nicola Zingaretti, soprattutto in vista della sfida di Roma tra tre anni. E però, se si legge l’intervista concessa all’Espresso un po’ si resta perplessi. Voi sapete quanto l_antonio consideri il “nuovismo” una specie di jattura comunicativo-politica, una terribile ideologia che getta fumo attorno, e magari ti fa apparire un grande timoniere ma poi, a confronto con la durissima realtà, ti confina nello sconforto dell’impotenza politica. Io non sapevo che anche Zingaretti fosse stato attaccato (spero lievemente) da questa patologia. L’ho scoperto prestando attenzione, in particolare, al linguaggio di questa sua intervista: perché è nel linguaggio (e dove sennò?) che le ideologie si ramificano.

Zingaretti attacca un partito, a suo giudizio, ancora troppo conservatore. Concordo sull’esigenza di innovazione e di ricerca, perché l’innovazione è molto sensibile al mondo concreto cui si riferisce, è realistica ed è la vera condizione della trasformazione. “Il Pd – dice invece il Presidente della Provincia di Roma – è nato per affrontare la navigazione in mare aperto”. “Mare aperto”? Ricominciamo con la metafora mezzo-occhettiana datata 1989, l’anno della svolta? O Capitano, mio Capitano? Anche allora, si trattava di decidere tra una sponda e l’altra (compresa quella socialdemocratica, magari per rinnovarla profondamente in un’epoca che forse ancora lo consentiva), e invece non decidemmo, scegliemmo il mare aperto, lo spazio indeterminato e senza riferimenti che si spianava vago e immenso davanti ai reduci del PCI. L’esito è sotto gli occhi di tutti: dopo 20 anni siamo ancora in mare aperto, senza un porto in vista, nemmeno turistico, nemmeno una piccola insenatura naturale in cui prendere un po’ di sole, nemmeno una boa, mentre perdiamo passeggeri e marinai a ogni nodo. Continua poi Zingaretti: serve un “nuovo” centrosinistra, una “nuova” elaborazione culturale, le condizioni sono “nuove”, Obama avrebbe proposto una “storia nuova”, anche la classe dirigente deve essere “nuova”, Vendola è uno capace di “narrare” la verità sulla condizione del Paese, e infine Matteo Renzi (indovinate un po’!) “è una grande risorsa del Pd”. Ecco la patologia nuovista, è come marchiata a fuoco nelle parole.

Io mi domando se sia una specie di congiura. Se la giovane classe dirigente del centrosinistra parli ormai tutta con linguaggio nuovista, perché proprio non se ne può fare a meno, oppure ce ne siano anche taluni che, invece di puntare sulla suggestione e sull’indeterminata vaghezza leopardiana, si impegnino nel dare cifre, produrre dati, analisi, stilare programmi realistici, parlare alle persone in carne e ossa, stabilire una prossimità sociale e indicare vie d’uscite anche nelle interviste pubbliche e non solo nelle riunioni private (sempre che ciò accada). Ovviamente. se ci sono vengano fuori. A noi servono persone che sappiano usare il bisturi con precisione e coraggio nei punti morti della società italiana, proponendo soluzioni, e non semplici suggestioni romanzesche. A noi servono donne e uomini che sappiano leggere le diseguaglianze e ce le sappiano raccontare con dati e cifre; lavorino sul blocco sociale, non lo “narrino”; sappiamo conquistarci con idee forti e proposte efficaci, non con la suggestione di un “nuovo” che non si sa cosa sia o con la vaghezza dell’ermo colle, e della siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. La letteratura resti letteratura, dunque, e la politica resti politica. La confusione dei termini, quando c'è stata, ha prodotto soltanto farse o tragedie, a secondo delle circostanze.


12 novembre 2009

Alleanza ics l'Italia

 

In margine alla nuova avventura rutelliana (stavolta si chiama “Alleanza per l’Italia”), serpeggia, a sentire Repubblica, un certo malumore nel PD. Fioroni se ne fa interprete: «Attenti, il disagio dei moderati è un problema serio e le poltrone non c’entrano». Il “disagio dei moderati”: ma vuoi vedere, mi sono detto, che il PD è diventato una cellula leninista è la cosa m’è sfuggita? Poi faccio mente locale: Bindi Presidente, Letta vice Segretario, e poi il “partito popolare” di Bersani, la sobrietà e la pacatezza della nuova leadership, il riformismo padano come nuovo modello, il comunismo derubricato a brutale tragedia storica, persino la socialdemocrazia ridotta alla stregua di uno dei tanti statalismi del 900. Dov’è la “radicalità”? Su cosa si fonderebbe questo “disagio dei moderati”? Mistero.

Di radicale c’è solo il “terzismo” rutelliano, a cui invidio appena la serietà di Tabacci. Non credo nemmeno che questo gesto centrista agevoli l’ipotetico disegno di un centro-sinistra col trattino (verso il quale non nutro affatto, sia detto per inciso, dei pregiudizi). Nessuna scissione ha mai prodotto una ricomposizione, né strategica né tattica, di una qualche efficacia. Al contrario. È cresciuta la rissosità, e sono aumentati i competitori pronti a pescare nello stesso segmento di mercato politico. Uno più uno, in politica come nella vita, non fa mai 2, al massimo una cifra indeterminata e spesso inferiore all’unità.

Il gesto di Rutelli, semmai, colpisce il senso stesso del progetto PD, quello di riunire i riformismi sotto un unico tetto. Di fatto, lavora alla loro rinnovata scomposizione. Lavora al massimo a tirare il “trattino”, ma senza garanzie effettive che ciò possa accadere. E dimostra che, in certi ambienti paludati, tutti i riformismi sono uguali meno uno, quello di cultura socialista-socialdemocratica. Al quale spetta sempre il compito di portare acqua, come si dice, ossia rompere con la propria tradizione, dimenticare ogni appartenenza storica, togliere radici, divellere identità, e poi sostenere lo sforzo del presunto “moderato” di turno. Sarebbe ora di dimostrare che il riformismo è un’attenzione sociale che propone linee di cambiamento reali. E non un salotto buono che prende le distanze da un cortile ritenuto troppo chiassoso. Bersani mi sembra che stia lavorando per un riformismo solido, concreto, ma ricco di idealità. Forse per questo Rutelli se n’è andato. Adieux.


29 settembre 2009

Il trattino e le identità

 

Si parla tanto di crisi del socialismo. Lo si fa a ragion veduta, visto che i mutamenti storico-sociali intercorsi in questi decenni sono stati davvero sconvolgenti, provocando una crisi a cascata delle forme politiche e di pensiero tradizionalmente di sinistra. Tuttavia, andrebbe anche valutato a pieno un altro fatto. I vecchi partiti socialisti non sono restati fermi nel tempo, anzi hanno rivisto in corso d’opera programmi e offerta politica, dislocandosi in massima parte sul versante di centrosinistra, a ridosso del centro moderato e ben distanti, in linea di massima, dalle posizioni più radicali ed estreme.

Vista così, la crisi del socialismo potrebbe essere considerata, tra l’altro, la crisi di alcuni grandi partiti moderati, ispirati dal socialismo, ma che hanno già modificato almeno in parte la propria proposta politica, posizionandosi in uno spazio intermedio ed equidistante da moderati e radicali. La crisi dei partiti socialisti e del socialismo, dunque, andrebbe considerata anche (e forse vieppiù) la crisi di una proposta politica di sinistra moderata, intermedia, in equilibrio tra sinistra e centro. Stiamo parlando dello stesso spazio politico occupato (almeno in teoria) dal PD in Italia. La differenza, rispetto al restante schieramento progressista europeo, è che il partito democratico italiano ha già dismesso anche il nome (socialista et similia) e si autodefinisce ormai di “centrosinistra” a tutti gli effetti.

Dire dunque che è in crisi (in generale) il socialismo non è esattissimo. È in crisi piuttosto la risposta politica genericamente progressista, la proposta moderata, di centrosinistra che SPD, Labour, PSOE, PS hanno elaborato congiuntamente nel corso di questi anni dinanzi alla crisi storica del socialismo europeo. Se è così, il posizionamento di “centrosinistra” non dovrebbe essere considerato un obiettivo del prossimo futuro, ma un risultato già conseguito e già sottoposto alla prova delle vicende politiche. Non è una differenza da poco.

Se questo è vero, se il “centrosinistra” (senza trattino) è già stato sperimentato con alterno successo in Europa, e se oggi la destra dilaga, non sarebbe il caso di ripensare un pochino questa nostra strategia, invece di perseguirla ottusamente? Che so, pensando a un centro-sinistra col trattino, magari, dove una sinistra moderna, ma non perciò riposizionata al centro sino a ingolfarlo, e un centro altrettanto moderno e laico, stabiliscano un patto politico, stilino un programma, lancino la sfida alla destra, senza annacquare le identità (e senza costringere Rutelli, per esempio, a convivere con l’orso socialista, poverino).

Il centro-sinistra (col trattino) è una specie di scoperta dell’acqua calda, in fondo, che ci risparmierebbe tante inutili mediazioni, lascerebbe inalterata l’identità di ognuno, aprirebbe spazi di collaborazione (e di sfida) strategica nella chiarezza delle posizioni e anche nell’aperta bellezza delle polemiche e dei dibattiti, stavolta alla luce del sole e non in termini laceranti o intestini. So già che molti diranno: non si può, le ideologie sono morte, il vecchio mondo non c’è più, la politica deve essere rinnovata. Giusto. Peccato però che al vecchio mondo appartenga anche (volenti o nolenti) il “centrosinistra” (quello senza trattino). Come negarlo?

Le identità, dunque, non possono e non debbono essere cancellate, con l’avvento di una specie di politica post-identitaria. Al contrario vanno rafforzate e sviluppate con l’innovazione, ma vanno pure educate reciprocamente e predisposte al dialogo, al confronto, perché il futuro della politica (almeno in Italia) e nelle relazioni, nel dibattito, nelle alleanze virtuose e programmatiche ai fini del governo. Con una sola perplessità: “innovazione” significa cultura, ricerca, sfida intellettuale. In un Paese ormai preda della comunicazione-politica e refrattario alla cultura (sinistra compresa), sarà davvero possibile l’innovazione, quella vera, quella utile, quella che fa ripartire i giochi?

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